IL FILO di DEDALO

Il labirinto è elemento di contatto fuori da ogni catastasi spazio-temporale tra l'assoluto mitico e il relativo contingente esistenziale, tra trascendenza e immanenza stessa. Tra storie umane e pensiero incessante maniacale, ricordo, proiezioni e fughe, visioni ed elevazione artistica, la scomposizione in mille frammenti contrastanti, ambigui, dell'identità, fuori dall'univocità della definizione, in cui l'essere dell'uomo naturale collide con quello dell'uomo culturale e resta intrappolato in una impossibilità di permanenza rispetto al divenire. L'uomo-dio, l'uomo-mostro, l'uomo senza sede, l'uomo dell'attesa senza requie, colui che attende sé immaginando di attendere l'altro l'altrui l'altrove, si smarrisce e si disorienta in un labirinto che è città e deserto, terra e mare e cielo al contempo, materia ed anima, infinito e infinitesimo. Le mille forme del labirinto nel purificarsi devastante del nome e dell'identità umana, nella crocificazione perenne della colpa e della causa. Dove risulta impossibile proporre vedere o anche solo prevedere, e sapere è un orizzonte che soffoca e spreme nello stridore dei sensi la vita e la morte. Una galleria di personaggi travolti dal tempo, e che sostanziano un tenue filo narrativo, filo di creazione e di distruzione, filo di Dedalo, di architetto astorico causa ed effetto, vittima e carnefice. La colpa e la paura si intrecciano alle vie tortuose del buio e della luce, l'arte che partorisce mostri e uomini dentro i labirinti. Tanti nomi e tante storie, nomi che ingoiano ogni significato e senso, scolpiti nella profondità poetica della parola, squarciati nel desiderio e nella volontà.

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