Come mi viene: Vite di ferro e cartone

Al centro delle storie che Renga racconta c’è un uomo che si aggira raccogliendo oggetti, oggetti raccolti apparentemente senza motivo. Un mazzo di chiavi trovato in strada. Un aquilone. Una vecchia sveglia. L’uomo raccoglie quello che trova in una stanza illuminata dai raggi del sole che passano tra le assi malferme del tetto. Sono piccoli oggetti che assumono via via la forma di ali. Ali che hanno fatto volare? Ali che non voleranno mai? Vero è che sono scampoli di vita delle persone che li hanno posseduti, usati, persi. Finestre aperte su altre esistenze. E finestre su altre esistenze o su segmenti diversi della vita dell’io narrante sono le storie che fanno corona a questo episodio. L’infanzia dolceamara della campagna. L’adolescenza che morde il freno. La vita adulta avvitata dolorosamente intorno alle fatiche della vita coniugale. La memoria di una mano maternissima che accarezza i capelli. La morbida eleganza di un corpo di donna. Attraverso continui flashback, i singoli episodi vengono stabilendo la distanza fra il superstite che ora si guarda esistere e la forza del suo passato, fra la sua inadeguatezza e l’ansia di volare via. Lo si potrà fare con ali di ferro e cartone?

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