I cimiteri

Un viaggio attraverso i secoli alla scoperta di un luogo solo apparentemente banale.
Il cimitero è innanzitutto un “dispositivo di memoria” in cui la società si riconosce e conserva la propria memoria storica e sociale, racconta le sue aspirazioni e l’immagine che vuole lasciare di sé al futuro. Parlare di cimiteri significa allora parlare degli uomini che li hanno costruiti.
Il nostro viaggio comincia nel Medioevo, quando il termine cimitero indica il terreno consacrato della chiesa e tutti gli spazi limitrofi, che godono diritto d’asilo. Uno spazio protetto in cui ben presto si cominciano ad erigere abitazioni e botteghe, a concludere incontri e affari e in cui quotidianità e familiarità con la morte si mescolano indissolubilmente.
Una promiscuità che a partire dal 16° e 17° secolo non viene più tollerata: i cimiteri cessano allora di essere spazi pubblici quotidiani e vengono prima recintati, poi estromessi dalla città.
Un’ estradizione definitiva che verrà ratificata nel 1804 dalla riforma napoleonica e dall'Editto di S.Cloud.
La storia moderna dei cimiteri comincia qui.
I requisiti richiesti ora sono quelli della funzionalità e di una nuova territorialità ben delimitata: l’architettura illuminista presenta quindi impianti simmetrici, posti ai margini della città, che nel primo Ottocento, laico e positivista, diventano luoghi deputati al culto privato della memoria e musei di personalità illustri.
Ma presto tutto cambia e nel corso del 19° secolo l’ascesa economica e sociale della borghesia imprenditoriale e cittadina fornisce una nuova classe committente agli artisti.
Impegnata all’indomani della liberazione a creare il nuovo assetto dell’Italia unificata, cerca un riconoscimento ufficiale del proprio ruolo, moltiplica i palazzi di rappresentanza all’interno del tessuto urbano e crea una propria rappresentazione anche nelle nuove necropoli.
Il desiderio di riconoscimento borghese crea a Milano il più moderno ed originale esempio di cimitero ottocentesco: il Monumentale, che fonde la nuova impostazione paesaggistica e romantica di matrice europea con l’antica tradizione claustrale e rappresenta all’epoca il più avanzato esempio di architettura funeraria in Europa.
Il cimitero di matrice ottocentesca conosce un’immensa fortuna, tanto da identificarsi con la tipologia funeraria oggi più comune, fatta di sentieri e lumini, di edicole e sepolture individuali.
Adagiato in una rete di rimandi culturali efficacemente collaudati, oggi il cimitero sembra incapace di accogliere qualunque ipotesi innovativa e alterna soluzioni tradizionali a spazi cementificati, che ripropongono il modello urbano dell’architettura residenziale.
Allora forse occorre la ricerca di un’identità diversa, che sia custode consapevole della memoria collettiva e della pietà umana; una soluzione più legata allo spazio naturale, come quella sognata dallo scultore Arnaldo Pomodoro nel 1973 per il nuovo cimitero di Urbino o quella realizzata da Carlo Scarpa per la Tomba Brion a S.Vito d’Altivole.

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