Storia dell'Italia contadina

Il lavoro di ricerca che compone questo libro analizza la situazione dell’agricoltura italiana negli anni successivi al secondo conflitto mondiale e le polemiche politiche e tecniche che hanno accompagnato le fasi di elaborazione e di attuazione dei provvedimenti che si inseriscono all’interno della Riforma agraria. La situazione dell’agricoltura italiana, nella fase di ricostruzione postbellica, era complessa e ricca di problemi, tanto che Giuseppe Medici scriveva: «la società agricola italiana usciva dalla seconda guerra mondiale con le stesse fondamentali strutture fondiarie che aveva alla vigilia della prima guerra mondiale, nonostante il consistente aumento, in alcune regioni, della proprietà coltivatrice. I rilevanti progressi tecnici compiuti nel ventennio fra le due guerre, dovuti alle imponenti opere di bonifica e alla battaglia del grano, non avevano inciso in maniera determinante sulla distribuzione della proprietà terriera e sui caratteri essenziali dei contratti agrari». La struttura si divide in tre capitoli che affrontano le problematiche e le soluzioni principali adottate dalle istituzioni. Il primo capitolo esamina la situazione dell’agricoltura, le principali vicende politco-sociali legate al mondo agricolo, e la nascita e l’evoluzione dei principali sindacati agricoli. Questi elementi sono esaminati partendo dalla necessità di proseguire sulla disgregazione del grande latifondo estensivo, avviata già a inizio secolo, per creare della nuova proprietà coltivatrice che possa dare risposte alle esigenze contadine. Tale necessità è al centro del dibattito politico sia nella fase costituente, sia, dopo l’uscita delle sinistre dai governi antifascisti, durante la campagna elettorale per le prime elezioni politiche e nei primi anni della repubblica. In questi contesti si intrecciano quelle tensioni sociali che, dalle campagne, daranno la spinta decisiva alla Riforma agraria. Tensioni che saranno intercettate in prima analisi dai sindacati agricoli, i quali però diverranno l’anello di congiunzione tra gli strati sociali del mondo agricolo e il mondo politico. Il secondo capitolo analizza i principali problemi che caratterizzavano l’agricoltura e le polemiche sulle soluzioni da adottare. Le discussioni vertevano in particolare sulla necessità o meno di favorire la creazione di nuova piccola proprietà contadina; su come combattere la disoccupazione agricola, in particolare quella periodica del bracciantato; sulla necessità o meno di riprendere le politiche di bonifica e sul peso che queste avrebbero dovuto avere all’interno della riforma; su come l’industrializzazione potesse portare benefici al settore agricolo e sulla necessità di rinnovare e adeguare i contratti agrari. Queste problematiche sono analizzate attraverso il pensiero e le proposte di due esperti dei problemi agricoli, il democristiano Giuseppe Medici e il socialista Manlio Rossi-Doria. Il terzo capitolo descrive i principali provvedimenti che le istituzioni decisero di promuovere e gli esiti che questi produssero. I primi decreti rientrano in quella fase preriformatrice che caratterizzò il periodo costituente: si trattava di decreti che affrontavano singolarmente i vari problemi, senza elaborare una risposta d’insieme al mondo agricolo. All’interno della “Riforma agraria” invece si collocano la legge “Sila”, la legge “Stralcio” e la legge “siciliana”, promulgate durate il 1950 in circostanze particolari e con esiti diversi. L’ultimo provvedimento emanato ed analizzato riguarda l’istituzione della Cassa per il mezzogiorno, un ente particolare che aveva il compito di riequilibrare la situazione sociale ed economica delle regioni del sud. La parte conclusiva analizza quelle che furono le principali ripercussioni del periodo riformista sul mondo agricolo e la situazione a dieci anni dalla Riforma, descrivendo nuove problematiche e chiarendo come l’importanza dell’agricoltura nella società e nell’economia italiana rendesse necessarie continue verifiche

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