Le anime forti

È la metà del Novecento, in un piccolo borgo della campagna francese: la servitù al castello di Percy trascorre la notte a vegliare il defunto padrone e, come puntualmente accade in quest’angolo sperduto della Francia, a banchettare e a sparlare liberamente. Tra sussurri e imprecazioni, allusioni e pettegolezzi, spicca la voce di Thérèse, ottantanove anni, un marito e tre figli ormai persi, tre nuore che detesta e dei nipoti che la lasciano indifferente. La sua vita è stata una lunga catena di eventi da raccontare e di personaggi da rievocare, perfetti per una fredda e lunga notte di veglia…
Tutto comincia nel lontano 1882 quando Thérèse fugge col maniscalco Firmin dal castello di Percy. Vi era arrivata ragazza, poiché la madre desiderava per lei un’educazione pari a quella di una zia che sapeva ricamare, stirare e rammendare la biancheria fine. E certamente sarebbe diventata come la zia dalle mani di fata se non si fosse invaghita di Firmin. Ai suoi occhi un bell’uomo, robusto e gentile come una ragazza, e a quelli della sua famiglia un povero orfano senza arte né parte e maniscalco per modo di dire, visto che si limitava a tenere ferme le zampe dei cavalli mentre il padrone li ferrava.
La fuga si risolve nel solo modo possibile alla fine del XIX secolo: un matrimonio celebrato in silenzio e l’approdo in un nuovo paese: Châtillon, dove Firmin trova lavoro presso il locale maniscalco e Thérèse in una grande locanda.
La ragazza ventiduenne abituata a servire senza batter ciglio scopre qualcosa di inaspettato per lei: di essere, col suo colorito chiaro, i tratti riposati, la pelle ghiacciata ma piena di vita… un’anima forte, una persona per la quale una sola cosa conta: godere in piena libertà della supremazia nei confronti degli altri.
È con questa sensazione già fermamente penetrata nel suo corpo e nei suoi gesti, più che nella sua mente, che Thérèse si imbatte nei coniugi Numance. Lui, un bell’uomo, baffi importanti, sempre in redingote, i calzoni con la staffa e gli stivaletti che scricchiolano; lei, magrissima, alta, stretta in abiti lunghi con una fila di bottoni davanti, e uno sguardo quasi di scherno negli occhi o, meglio, di indifferenza per la sorte altrui. Uno sguardo che per Thérèse finisce con l’essere una sfida irresistibile. La ragazza si fa assumere come governante da Sylvie Numance e, in un breve lasso di tempo, stringe con lei una relazione struggente e ambigua che si trasforma via via in un crudele testa a testa, da cui soltanto una delle due donne uscirà spietata vincitrice.
Straordinario romanzo della piena maturità di Jean Giono, Le anime forti è la cronaca esemplare della vita di due grandi anime solitarie, troppo forti per andare davvero incontro a se stesse e alla vita.

«Le anime forti è uno dei grandi capolavori del romanzo moderno, un’opera che può avere antecedenti solo in Balzac, Dostoevskij e Faulkner: è ad un tempo torbida, contraddittoria e violentemente scolpita, incisa all’acquaforte».
Pierre Citron

«I due romanzi più belli di Giono sono, a mio parere, Un Roi sans divertissement e Les âmes fortes (Le anime forti)».
Alexandre Astruc

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