Il Principe Otto

Diverso dal narratore di avventure piratesche o di guerriglie tra clan scozzesi – iniquità ritualmente compiute da un affascinante ribaldo – è lo Stevenson che, per la prima e ultima volta in vita sua, scrive una storia d’amore, questa preziosa fiaba del principe Otto, che corteggia sua moglie, l’immatura Serafina, e la perde par délicatesse. Il sommesso dramma provoca la fragorosa caduta del principato e scompiglia i piani di un tribunizio e satiresco dittatore.
Pubblicato nel 1885, due anni dopo l’"Isola del tesoro", "Il Principe Otto", che nelle prime intenzioni di Stevenson avrebbe dovuto essere una commedia brillante, è soprattutto una raffinata féerie, dove i personaggi principali, in un gioco a quattro recitato con grazia e misura settecentesche, collaborano a ordire e sciogliere un intrico fantasioso ed elegante. Non meno importante dell’azione il luogo: la selvaggia foresta corsa da limpidi rivi, descritta nelle pagine più scintillanti del libro; in virtù delle quali, la grande stagione del virtuosismo liberty, che dal Flaubert minore va fino al D’Annunzio, può annoverare nel Principe Otto uno dei suoi testi meno vulgati e più probanti.
Ma Stevenson è sempre visitato dalla poesia: accanto ai prodigi verbali la notazione magica, che rende la duplice natura dell’acqua, casalinga e arcana, salutare e mortifera, o spiega cieli di stelle sulle frivole vicende, che ne vengono trasfigurate. Anche le due donne, la principessa e l’amorosa e intrigante dama di corte, dapprima figurine brillanti ma superficiali, sono infine toccate dalla grazia: l’avventuriera rivela un’offesa nobiltà, Serafina la perversione di chi non sa perdere l’innocenza.
Nella sua rarefatta leggerezza la fiaba scopre insospettate ambiguità, che ne costituiscono il fascino maggiore.

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