Odio sentirmi una vittima (La piccola cultura)

Riflettere è stata l’attività principale nella vita di Susan Sontag. E scrivere. Riflettere e scrivere sulla malattia e sulla marginalità dei malati, dei pazzi, degli artisti; sulla rottura delle categorie stereotipiche di maschio e femmina o giovane e vecchio; sul rapporto tra amore, eros e amicizia; sulla necessità dell’impegno contro le guerre e della critica alla società occidentale; sul bisogno di reagire all’anti-intellettualismo. Nella sua vita, Susan Sontag ha sperimentato di tutto: la laurea a Harvard e l’insegnamento alla Columbia University insieme alle droghe e al punk-rock dei concerti di Patti Smith al Cbgb; il divorzio e la fuga dall’insegnamento universitario e poi la vita tra New York e Parigi e l’amicizia con Roland Barthes.
In Odio sentirmi una vittima Susan Sontag racconta che cosa significhi essere una donna intelligente, indipendente e appassionata. Una donna che ha saputo trasformare l’inquietudine esistenziale in un’incessante e fruttuosa ricerca, nella tensione a reinventarsi perpetuamente. Una donna che non ha avuto paura di rivoluzionare tutto più e più volte, muovendosi sempre in terra straniera e sempre scoprendo di essere già in cammino: una vita passata ad andare via, un eterno apprendistato alla vita.
In Odio sentirmi una vittima – l’intervista-confessione che il Saggiatore offre al pubblico italiano, punto d’accesso privilegiato per entrare nel laboratorio creativo dell’autrice – Susan Sontag soprattutto racconta le proprie letture e i modelli letterari, le passioni artistiche e filosofiche, il lavoro di scrittrice e le scelte di vita che questo ha comportato. Non mangiare o mangiare male, dormire il meno possibile, sopportare mal di schiena e mal di testa, sentire spegnersi il desiderio del contatto umano, per lunghissimi, intensi e ossessivi periodi di scrittura totalizzante. Rinunciare alla coppia e alla socialità, e tra la vita e l’opera sacrificare la prima, perché solo così si può raggiungere il proprio livello più alto e insieme profondo. Perché solo assumendosene la responsabilità radicale si può diventare una grande scrittrice.

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