TENEREZZA

«Tenerezza», il secondo libro di poesie di Gabriela Mistral dedicato nella sua quasi totalità ai bambini, pubblicato per la prima volta a Madrid nel 1924 dalla casa editrice Saturnino Callejas, andrà via via ricompilandosi in edizioni future, soprattutto a partire dal 1945, fino ad arrivare, (come già riportato nella pagina del copyright), alla presente edizione che include il poema «Canzone del campo di grano» trasferito dal libro «Torchio» [Mistral (1954b)], e le note dell’autrice «Colofone con viso di scusa», già incluse nell’edizione di «Tenerezza» [Mistral (1945)].
«Tenerezza» è suddiviso in sette sezioni: Ninne Nanne (33 poesie), Girotondi (20 poesie), La Delirante (8 poesie), Scherzi (5 poesie), Narratrice del Mondo (18 poesie), Quasi Scolastiche (21 poesie) e Racconti (3 poesie).
La prima sezione fa parte di quel genere letterario indubbiamente tra i più amati da Gabriela Mistral. Nelle sue splendide note «Colofone con viso di scusa», considera le ninne nanne come dei «colloqui diurni e notturni che la madre fa con la sua anima, con suo figlio e con lo spirito della Terra visibile di giorno e udibile di notte». E divagando sull’origine delle «ninne nanne», in un paragrafo delle stesse note, così scrive:
«Potrebbero non servire a niente e le farei lo stesso. Forse a causa del fatto che la mia vita fu dura, benedissi sempre il sonno e lo considero come la più grande grazia divina. Nel sonno ho posseduto la mia casa più ampia e leggera, la mia vera patria, il mio dolcissimo pianeta. Non ci sono praterie così spaziose, così pianeggianti e così delicate per me come le sue. Alcuni tratti di questi canti di culla, a volte uno o due versi ben riusciti, mi danno la familiare via d’uscita verso il mio furtivo paese, mi aprono la fessura o la botola della fuga. Il punto della musica in cui il bambino se la svigna e lascia la madre burlata e cantando inutilmente, quest’ultimo gradino lo conosco molto bene: su tale o quale parola, io e il bambino giriamo la schiena e fuggiamo lasciando cadere il mondo, come il fastidioso mantello nel correre… Desidero dire con questa divagazione che non persi la «ninna nanna» dei due anni: mi addormento ancora sopra un vago supporto materno e passo frequentemente da una frase tralasciata di mia madre o mia, al grande grembo oscuro della Madre Divina che dall’altra sponda mi raccoglie come un’alga rotta che per tutto il giorno fu percossa e torna a lei». «Tenerezza» come scrive l’insigne poeta, saggista e critico letterario cileno Jaime Quezada nel suo prologo al libro «Gabriela Mistral – Antología de Poesía y Prosa (Antologia di Poesia e Prosa)», ha come parte del suo contenuto molto di quella che fu e volle essere l’infanzia della poetessa, ma non in una maniera ingenua o puerile di fare autobiografia. Gabriela Mistral ricrea a suo piacimento e a suo capriccio, il suo mondo, farneticante, di realtà e di incantesimi. Ninne nanne per cantare la lepre rossiccia e la viscaccia bruna. Ninne nanne che recuperano ciò che di più genuino e tradizionale esiste del folclore infantile-adulto cileno, latino-americano, spagnolo antico. «Anche gli uomini necessitano di una ninna nanna affinché rappacifichino il loro cuore», dice Gabriela Mistral, quando scrive i suoi minuti poemi -apparentemente minuti-, che necessitano amore e vicinanza (Dammi la mano, Paura) e che denunciano la drammaticità sociale (Piedini, Manine, La casa, La terra). «Quando ho scritto un girotondo infantile, il mio giorno è stato veramente bagnato di Grazia, la mia respirazione è diventata come più ritmica e il mio viso ha recuperato il sorriso perduto in lavori disgraziati. Forse lo sforzo fu lo stesso che misi nello scrivere una composizione di tutt’altro argomento, però qualcosa, che insisto nel chiamare soprannaturale, lavava i miei sensi e rinfrescava la mia carne vecchia». Parole di Gabriela Mistral in questo suo avvicinamento -dalla sua prima infanzia- agli uomini e al mondo.

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