Venti giorni con Julian (Piccola biblioteca Adelphi)

Nell’estate del 1851 la moglie di Hawthorne, Sophia, parte con le due figlie per far visita ai genitori che vivono nei pressi di Boston. Così, per tre settimane, lo scrittore si ritrova da solo – e all’inizio un po’ sgomento – con il figlio Julian, che ha cinque anni ed è un vero chatterbox, infaticabile produttore di parole e di domande. Hawthorne è schivo, introverso, incline a elaborare storie di memorabile e fascinosa cupezza, come La lettera scarlatta. Non è abituato alle piccole incombenze pratiche che la vita di un bambino impone: vestirlo, pettinarlo (quanto difficile!), distrarlo, nutrirlo – e sempre rispondendo alle sue incessanti domande. Ma Hawthorne impegna nel compito tutta la sua buona volontà. E il risultato è una meraviglia: un modello (anche ironico e autoironico) di come un padre e un figlio possano intendersi e un incantevole resoconto di quel rapporto, dove l’unico adulto che appare è Herman Melville, il quale, a cavallo, viene a trovare l’amico per parlare finalmente del possibile e dell’impossibile.
Come osserva Paul Auster nella sua partecipe introduzione, Hawthorne è riuscito a compiere quello che ogni genitore sogna: far vivere il proprio figlio per sempre. E insieme a suggerirci il segreto di quel sorriso che incantava Julian.

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